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La città delle donne: orgoglio e sfida - A cura di Gianmarco Bernini


Negli ultimi trent'anni, il divario di genere e che include tutti gli aspetti collegati (politici, economici, salute, istruzione, e più in generale con preconcetti e stereotipi sociali), ha finalmente iniziato a frantumarsi con una velocità intrinseca all'evoluzione culturale dell’autodeterminazione delle donne.
Sono una ventina le grandi città del mondo governate da donne, alcune delle quali si propongono come interessanti laboratori di innovazione sociale e sviluppo sostenibile: Parigi con Anne Hidalgo, New Orleans con La Toya Cantrell, Barcellona con Ada Colau, Tunisi con Souad Abderrahim, San Francisco con London Breed, Chicago con Lori Lightfoot, Amsterdam con Femke Halsema. 

Una rete di donne che ha lanciato e promosso il progetto Women4Climate che mira a responsabilizzare, entro il 2020, 500 giovani donne che avvieranno azioni dinamiche e coraggiose a favore dell’adattamento climatico nelle principali città del mondo.
In un maggiore contesto politico, il primo Presidente donna del Parlamento europeo Ursula von der Leyen, ha marcato una diversa visione e, nel suo discorso di apertura al Parlamento europeo, ha presentato un piano articolato per costruire nei prossimi anni una nuova Europa, leader mondiale dell’Economia Circolare, solidale e creativa e un più autorevole soggetto politico, con interventi nei confronti delle fasce fragili e dei giovani. Un discorso esplicitamente dedicato al coraggio e l’audacia delle pioniere come Simone Weil.
La politica delle donne non deve essere più un’anomalia da premiare ma deve divenire un orizzonte del nostro futuro.

E in diverse parti del mondo stanno sorgendo occasioni, rete e luoghi di formazione e sviluppo di una cultura politica femminile. 
In Sicilia a Favara, Prime Minister è la scuola di politica, fondata con visione e coraggio da Florinda Saieva, fondatrice di Farm Cultural Park, e Denise Di Dio, presidente di Movimenta, riservata a giovani donne dai 14 ai 18 anni, per valorizzare il talento, la sensibilità e la capacità delle donne in politica.
La città delle donne non è una quota rosa urbana ma è una sfida per un futuro generativo e non rapace, futile, per una politica che rifiuti il fattore alfa, l’approccio prepotente, per coltivare la sensibilità dell’ascolto, del dialogo, della compartecipazione e dell’empatia. Una prova, un confronto e una sfida che riguarda tutti, uomini e donne, giovani e adulti.
Perché, come scrive Chimamanda Ngozi Adichie, scrittrice e attivista nigeriana, “doremmo essere tutti femministi”, coltivando un pensiero differente, più complesso, più generativo, più sensibile, più giusto, capace di farci comprendere meglio le esigenze del mondo, e quindi di guidarci con maggiore sicurezza verso un futuro migliore, a partire dalle città.



Mimì Burzo - BIO


Sono nata il primo Maggio del 1975 in un paese della Basilicata, poi sono cresciuta a Roma nel quartiere di San Lorenzo, ora vagabondo in luoghi dove ci sono gli alberi. 
Le note bio mi imbarazzano. Mi tengo volutamente in disparte. 
Ogni decisione e gesto riguarda la decisione poetica - l’invisibilità, la non identità, la scelta libera da parte del lettore: ama chi sceglie così come cura e riguarda.


Pantelleria: proiezione del documentario I GUARDIANI DELLA TERRA di Nicola Ferrari


L'Ente Parco Nazionale Isola di Pantelleria dà appuntamento domenica 15 dicembre alle ore 17:00 al cinema di Scauri per presentare, in anteprima, l'ultimo lavoro del regista Nicola Ferrari, I guardiani della terra, un documentario dedicato alla vite ad alberello che racconta il lavoro del contadino pantesco nel pieno significato della parola guardiano. Si tratta, infatti, di una sequenza di suggestive immagini e interventi che raccontano la passione dell'uomo nel custodire un vero patrimonio, l'onere di portare avanti la memoria storica delle tradizioni e la capacità di trovare equilibrio tra bosco e coltivazione dei terreni per sopravvivere. L'Ente Parco ha voluto sostenere questo lavoro per amplificare il messaggio di passaggio delle consegne tra vecchi e giovani che il regista ha raccontato.

L'appuntamento di domenica, aperto a tutta la cittadinanza, sarà occasione per il tradizionale scambio di auguri di Natale ma anche per fare un bilancio delle attività svolte e creare un momento di confronto con la comunità pantesca. Dei riconoscimenti speciali saranno, inoltre, consegnati a persone che si sono particolarmente distinte nelle loro attività a tutela e valorizzazione dell'isola.

Quattro incontri di poesia e prosa a Roma - Marco Giovenale

   

Giovedì 28 novembre, ore 18:00
Presentazione del libro L'acqua tende alle rive
di Rossella Or
con Cetta Petrollo, Carlo Bordini, Beppe Sebaste, Giorgio Patrizi
presso la Libreria Empirìa, via Baccina 79

Giovedì 28 novembre, ore 20:00
Incontro su L'imperfetto nella poetica di Amelia Rosselli
con Nicola Rossi, Giuseppe Garrera, Stefano Bottero
e le tavole di Claudia Lasenna
presso la Libreria Simon Tanner, via Lidia 58 / 60

Venerdì 29 novembre, ore 19:00
Presentazione dell'antologia europea di poesia Grand Tour
a cura di Jan Wagner e Federico Italiano
con Laura Pugno (Italia), Maria Stepanova (Russia), Endre Ruset (Norvegia) e Dan Coman (Romania)
presso la Casa di Goethe, via del Corso 18

Sabato 30 novembre, ore 18:30
Presentazione del libro di prose Un'altra storia
di Giulio Marzaioli
presso La camera verde, via G. Miani 20

Network Movimenti Civici e Cittadini Liberi prende posizione sulla vicenda della Senatrice Liliana Sengre


Con una nota diffusa agli organi di stampa, Network Movimenti Civici  e Cittadini Liberi prende posizione sulla vicenda della Senatrice Liliana Sengre:

La vicenda della Senatrice Liliana Segre è solo l'ultimo atto increscioso che conferma il crescente clima di odio e di intolleranza che si sta diffondendo nel paese. Per questo tutti i movimenti civici che si riconoscono in Network prendono una posizione netta contro qualsiasi forma di minacce e di violenza ed esprimono profonda solidarietà alla Senatrice e a tutti coloro che con il loro impegno testimoniano la lotta contro il ritorno di ideologie che hanno rappresentato i momenti peggiori della storia dell'umanità. Tutti i gruppi e i movimenti aderenti a Network si impegnano pertanto a promuovere iniziative di contrasto al clima di odio che si è insinuato nella società italiana ed inoltre intraprenderanno le opportune azioni finalizzate al riconoscimento della cittadinanza onoraria per la Senatrice Liliana Segre nei rispettivi Comuni di appartenenza.


ABC-Alcamo TP
Amunì - Calatafimi TP
Cambia Partanna TP
Cambia Marsala TP
Cambiamenti - Castellammare del Golfo TP
Cambia Petrosino TP
Farm Cultural Park - Favara AG
Laboratorio di buona politica - Marsala TP
Movimento Marsala Destinazione Turistica TP
Obiettivo Città - Castelvetrano TP
Periferica - Mazara del Vallo TP
Reset - Montelepre PA
ReStart Rinnovamento Etico Marsala TP
Rigenerazione - Cinisi PA
Terravutata - Salemi TP
Trapani per il FUTURO TP

SPAWNING: UNA CONVERSAZIONE CON BRUNO

Almendra Music pubblica il debutto da solista del membro di Utveggi, Forsqueak e Aps. Un album suggestivo, ispirato alla sua attività di istruttore subacqueo, per chitarra classica, acustica, elettrica e 12 corde 
Spawning: il mare e una chitarra "altra" con Bruno 

BRUNO
SPAWNING 
[Almendra Music 2019]
11 tracce - 27' 53''


http://www.almendramusic.bandcamp.com/album/spawning


Come sempre capita con i dischi Almendra Music, la musica è al centro ma numerosi sono i risvolti extramusicali. Ad esempio balza all’occhio che per il tuo debutto solista manca il cognome Pitruzzella: Spawning è opera del solo Bruno. Come mai?

Bella domanda... Direi per due ragioni, su suggerimento della produzione: non prendersi troppo sul serio ed evitare la lungaggine del cognome. Il tipico album solista con nome e cognome era troppo “serioso” e pesante, mentre uno pseudonimo sembrava eccessivo. Per cui solo Bruno...

Il titolo fa riferimento alla deposizione delle uova dei pesci, la grafica è costellata di immagini marine da te scattate: non solo chitarra ma anche subacquea. Insomma Spawning è il tuo mondo…

Sì, il titolo significa germinare, fare le uova, gettare le spore, con specifico riferimento alla zoologia subacquea. Tutta la musica che facciamo è sempre fortemente influenzata da “altro”, quando non proprio ispirata da o composta per ragioni espressive extra-musicali. Per me questo “altro” è il mare, la natura, la subacquea e gli incontri da essa generati, insomma l'altra metà fondamentale della mia vita (nonostante abbia studiato musica per tutta la vita, faccio l'istruttore subacqueo). Trattandosi poi del primo lavoro per chitarre sole, vista la forma variegata dell'album, il concetto di germinare mi sembrava si sposasse correttamente.

Perché l’esigenza di un lavoro solista, per sola chitarra?

Perchè la mia formazione è quella della chitarra sola, anche se ho sempre suonato di più con le band. Avevo necessità di mettere punto ad un percorso lungo, con qualcosa di totalmente mio.

Spawning è un lavoro variegato e multiforme: se volessimo trovare un filo conduttore, un elemento che accomuna brani, chitarre e accordature, quale sarebbe?

Credo sia difficile trovare un vero filo conduttore! Potrei dire che è tutta musica strumentale... nasce tutto dalle stesse orecchie e dalle stesse mani... insomma riconosco io stesso che si tratta di un lavoro fin troppo variegato, ma rispecchia il percorso che ho avuto, spesso non troppo coerente se non fosse per l'ostinazione e la necessità di cercare una propria via personale nella musica, spesso trovata nell'improvvisazione. Ecco questo può essere il vero filo conduttore: l'album ha trovato la sua forma definitiva partendo sempre da improvvisazioni, che poi sono diventate composizioni, quindi scrittura. Ma l'improvvisazione è la matrice di base. Per improvvisazione non si intende solo quella melodica di matrice jazzistica, a volte è proprio totale, anche se non posso dire sia “radicale” in senso specifico, c'è sempre qualcosa di pre-esistente, si viene sempre da una direzione.

Ti abbiamo visto all’opera con Forsqueak e Utveggi: quali sono le differenze chitarristiche rispetto alle due band? Cosa invece le accomuna alla composizione di Spawning?

Forsqueak e Utveggi sono due progetti molto importanti per me, accomunati di fatto dall'organico (due chitarre, basso e batteria, voce negli Utveggi) e dal bassista, Luca La Russa. Anche qui l'improvvisazione ha un ruolo determinante, grazie al lavoro bellissimo dei miei compagni-amici-colleghi con cui condividiamo questo approccio. Utveggi è più rock, forma canzone e scrittura, Forsqueak ha più un'attitudine jazzistica (non nel senso di “genere” ma di approccio). Spawning è un mix di tutto quanto, c'è la forma canzone, c'è l'improvvisazione, c'è la scrittura di carattere più “classico”. Ovviamente il solo chitarre è pieno di suggestioni derivanti dagli altri due progetti. Nello specifico ad esempio, un pezzo dell'album (Salpa) è stato scritto originariamente per i Forsqueak, coi quali lo eseguiamo regolarmente da anni. Qui si trova in forma primitiva con arrangiamento per chitarra sola.

Accanto ai tuoi brani, si nota anche la presenza del Saltarello e di un classico contemporaneo come Footprints di Wayne Shorter: tradizionale e jazz convivono sulle corde della tua chitarra.

È inevitabile, dopo 10 anni di chitarra classica e studi jazzistici. Ma le due cose non sono affatto in contrapposizione, anzi. Non ci sono particolari pretese in queste esecuzioni, semplicemente sono due pezzi che mi piace moltissimo suonare, per cui ho provato a darne una mia versione. Footprints mi ha stregato dalla prima volta che l'ho suonata (l'ho prima suonata e poi ascoltato la versione originale). Avevo scoperto un accordatura alternativa grazie al mio grande amico Giancarlo Romeo (a cui è dedicato l'album) e provandone le varie combinazioni mi sono ritrovato in mezzo al tema senza neanche accorgermene. Il saltarello invece è un pezzo attribuito a Vincenzo Galilei (padre di Galileo e di Michelangelo, valente liutista), che ti fanno studiare al conservatorio con la chitarra classica. L'ho registrata con la 12 corde perchè mi piaceva di più il suono (so già che i puristi della classica non apprezzeranno, ma mi piaceva dare al pezzo la connotazione originaria di danza vera e propria e la 12 corde si prestava bene allo scopo).

Quale chitarra senti più vicina al tuo mondo, quella con cui ti esprimi nella maniera più efficace?

A questa domanda davvero non so rispondere... Amo tutti i cordofoni indistintamente, le chitarre classiche, elettriche, acustiche, mandolini, banjo, liuti... sicuramente le chitarre elettriche e acustiche (corde di metallo) mi danno un senso di libertà enorme, soprattutto venendo da studi classici. Ma nel mio caso l'una non potrebbe esistere senza l'altra. Spesso mi capita di cambiare chitarre in continuazione, anche in una stessa mezz'ora... Da qui il dramma ogni volta che devo partire, per l'indecisione totale su quale chitarra portarmi dietro!

Spawning è solo un lavoro di studio o immagini un’estensione live?

Per adesso è solo album in studio, ma sto lavorando al live. Devo solo trovare un modo logisticamente conveniente di andare in giro con tre chitarre...



BRUNO PITRUZZELLA, nato a Palermo nel 1987, attento alla musica fin da piccolo e amante della chitarra (che ha cominciato a studiare all'età di dieci anni), si è diplomato al Conservatorio Bellini della sua città nel 2011.
I suoi maestri sono stati Antonello Ghidoni e soprattutto Marco Cappelli, figura molto importante per la sua formazione artistico-musicale e umana.
Parallelamente agli studi accademici, Bruno ha approfondito la pratica del jazz e dell'improvvisazione con Francesco Guaiana e ha suonato con tanti musicisti come Mimmo Cafiero, Umberto Fiorentino, Fabio Zeppetella, Antonio Forcione, Lelio Giannetto, l’Orchestra Instabile Disaccordo di Palermo.
Un incontro e un workshop con Pat Metheny ma anche il lavoro sull'improvvisazione radicale insieme all’associazione Curva Minore e Dario Buccino, Mike Cooper, Stefano Zorzanello, Aab Baars, Igg Hennemann, Frank Gratkowski, Michiel Braam, etc. hanno dato a Bruno un notevole impulso alle sue avventure musicali. Attento sia alla composizione che all’improvvisazione, Bruno Pitruzzella "scrive" la propria musica, che è quasi sempre strumentale, un mix di post rock, jazz, punk e improvvisazione.
Membro storico di tre straordinarie band dal 2013 entrate nella scuderia Almendra Music, ha all'attivo 2 album coi Forsqueak, 4 con gli Utveggi, un Ep con gli Aps, un tour in Giappone nel 2015, la finale di Musicultura 2016. Dopo gli ultimi anni di attività produttiva, concertistica e di insegnamento, all’età di 32 anni ha lavorato al primo “solo chitarre” intitolato Spawning, ancora una volta con Almendra. “Spawning” sta per “fare le uova”, “germinare”: è il termine usato per descrivere la deposizione di uova e sperma soprattutto per gli animali acquatici.
Il titolo nasce dalla passione per il mare e i suoi abitanti: Bruno è un istruttore e fotografo nella produzione del lavoro.
Spawning è un disco chitarristicamente variegato che, come dichiara Bruno, "riflette esattamente la mia tendenza a cambiare chitarra 3 o 4 volte nell’arco di mezz’ora e a suonare quasi sempre soltanto quello che suggerisce il momento, improvvisando molto e studiando di meno".


"Spawning significa germinare, fare le uova, gettare le spore, con specifico riferimento alla zoologia subacquea. Tutta la musica che facciamo è sempre fortemente influenzata da “altro”, quando non proprio ispirata da o composta per ragioni espressive extra-musicali. Per me questo “altro” è il mare, la natura, la subacquea e gli incontri da essa generati, insomma l'altra metà fondamentale della mia vita (nonostante abbia studiato musica per tutta la vita, faccio l'istruttore subacqueo). Trattandosi poi del primo lavoro per chitarre sole, vista la forma variegata dell'album, il concetto di germinare si sposa correttamente". Chitarra sola ma non isolata, quella di Bruno Pitruzzella, che debutta da solista con Spawning: un lavoro che nasce dall'esigenza di un percorso in proprio, ma soprattutto da riflessioni e meditazioni su tutto ciò che circonda la musica, a partire dalla sua attività di istruttore subacqueo, che ha dato anche il titolo all'album. Per l'occasione Bruno Pitruzzella si mette a nudo, tanto da rinunciare anche al cognome per ribadire questo cammino di rinnovamento. 

E' un debutto anche per Almendra Music, che con Spawning pubblica il suo primo album per sola chitarra, dopo i lavori delle "chitarre gemelle" del duo Blanco Sinacori: se questi ultimi sono ben centrati in area modern-classical, Bruno opera invece all'insegna di un chitarrismo contemporaneo che prende spunto dalle sue aree di influenza, in particolare l'improvvisazione: "Si tratta di un lavoro fin troppo variegato ma rispecchia il percorso che ho avuto, spesso non troppo coerente se non fosse per l'ostinazione e la necessità di cercare una propria via personale nella musica, spesso trovata nell'improvvisazione. Questo può essere il vero filo conduttore: Spawning ha trovato la sua forma definitiva partendo sempre da improvvisazioni, che poi sono diventate composizioni, quindi scrittura. Ma l'improvvisazione è la matrice di base. Per improvvisazione non si intende solo quella melodica di matrice jazzistica, a volte è proprio totale, anche se non posso dire sia “radicale” in senso specifico, c'è sempre qualcosa di pre-esistente, si viene sempre da una direzione".

Palermitano classe 1987, diplomato nel 2011 al Conservatorio Bellini della sua città, allievo di Antonello Ghidoni e soprattutto Marco Cappelli, Bruno Pitruzzella ha approfondito la pratica del jazz e dell'improvvisazione con Francesco Guaiana e ha suonato con tanti musicisti come Mimmo Cafiero, Umberto Fiorentino, Fabio Zeppetella, Antonio Forcione, Lelio Giannetto, l’Orchestra Instabile Disaccordo di Palermo. Attento sia alla composizione che all’improvvisazione, Bruno "scrive" la propria musica, che è quasi sempre strumentale, un mix di post rock, jazz, punk e improvvisazione. E' membro storico di Forsqueak, Utveggi e Aps, tre straordinarie band della scuderia Almendra Music. Rispetto alla musica di Spawning, secondo Bruno "Utveggi è più rock, forma canzone e scrittura, Forsqueak ha più un'attitudine jazzistica (non nel senso di “genere” ma di approccio). Spawning è un mix di tutto quanto, c'è la forma canzone, c'è l'improvvisazione, c'è la scrittura di carattere più “classico”. Ovviamente il solo chitarre è pieno di suggestioni derivanti dagli altri due progetti. Ad esempio il pezzo Salpa è stato scritto originariamente per i Forsqueak, coi quali lo eseguiamo regolarmente da anni. Qui si trova in forma primitiva con arrangiamento per chitarra sola".

Undici brani per chitarra classica, acustica, elettrica e 12 corde, tutti composti da Bruno Pitruzzella fatta eccezione per Pando di Giancarlo Romeo, con la presenza di due rifacimenti che lanciano un'ulteriore luce sul mondo musicale frequentato e amato dall'autore. Parliamo di Footprints di Wayne Shorter e del Saltarello: "Footprints mi ha stregato dalla prima volta che l'ho suonata (l'ho prima suonata e poi ascoltato la versione originale). Avevo scoperto un accordatura alternativa grazie al mio grande amico Giancarlo Romeo (a cui è dedicato l'album) e provandone le varie combinazioni mi sono ritrovato in mezzo al tema senza neanche accorgermene. Il saltarello invece è un pezzo attribuito a Vincenzo Galilei (padre di Galileo e di Michelangelo, valente liutista) che ti fanno studiare al conservatorio con la chitarra classica. L'ho registrata con la 12 corde perchè mi piaceva di più il suono. So già che i puristi della classica non apprezzeranno, ma mi piaceva dare al pezzo la connotazione originaria di danza vera e propria e la 12 corde si prestava bene allo scopo".

Info:

Bruno: 

Almendra Music: 

Synpress44 Ufficio stampa:

TOM LEHRER, UN PO' DI NEW YORK - A CURA DI GAETANO LISCIANDRA


Tappa terza del viaggio, e si resta perlopiù negli Stati Uniti ma andando a pescare materiale d'ascolto un filo più indietro nel tempo della scorsa volta.
Breve introduzione doverosa - gli anni Venti e Trenta sono quelli in cui il grande calderone del canzoniere americano infine bolle e produce il minestrone da cui attingerà e con cui si confronterà la musica popolare e non negli anni a seguire: troviamo [1] Gershwin e Cole Porter innanzitutto, e la tradizione del blues e del jazz nelle sue mille varianti ed evoluzioni. Mi limito a questi due mondi tra l'altro ben più comunicanti visto che se da una parte il jazz influenzava i compositori, l'epoca d'oro di Broadway consegnava a piene mani temi e strutture a musicisti che erano grandi interpreti ed improvvisatori; tra l'altro l'influenza e la portata di questo calderone si estende molto al di là di questo periodo e di questi dialetti musicali, direttamente ed indirettamente: ad esempio, nelle classifiche musicali il rock'n'roll delle origini viveva sotto allo stesso tetto della musica Country and western in cui viveva anche il Western Swing, stile così ibrido che si distingue dallo swing delle big band perlopiù dalla presenza dei cappelli da cowboy sulle teste dei musicisti. 

È un periodo di impollinazione che merita davvero di non essere dimenticato e che trova a New York il suo naturale crocevia: per decenni porto della speranza dell'America land of opportunities, capitale finanziaria degli Stati Uniti, luogo di intrattenimento e sublimazione, e di conseguenza anche di immigrazione interna ed estera dei creativi, ed ancora città universitaria. Seppure epicentro della crisi del '29, New York non perderà il suo ruolo di approdo: si pensi che la comunità ebraica era numerosa già da molto prima della Seconda Guerra Mondiale - l'antisemitismo nasce molto prima di Hitler, e gli annali storici sono un susseguirsi di discriminazioni ai danni di una etnia o di una comunità – e ovviamente la libertà religiosa americana è una calamita per chi ha la possibilità di fuggire [1]

Il perché di tutto questo è presto detto: il minestrone degli Anni Venti e Trenta viene digerito compiutamente e si integra nella cultura negli anni che seguono, e i palchi dei club diventano territorio creolo di musica, idee ed umorismo. L'uomo nuovo della risata negli anni Cinquanta era Lenny Bruce, di origine ebraica: i paragoni tra improvvisazione nell'arte comica ed improvvisazione musicale si sono sprecati con lui e dopo di lui. In quella stessa New York muove i suoi primi passi Woody Allen, anche lui ebreo, appassionato di jazz e clarinettista, campione della Grande Mela; ed è pure la stessa New York di Mel Brooks, ebreo, che prima di fare della comicità la sua carriera era pianista e batterista; e di Stanley Kubrick, che qui va ricordato per il suo Dottor Stranamore, ebreo anche lui e batterista. Prima di loro cito almeno Henny Youngman, ebreo, violinista e “re degli one-liners[2] tanto da aver inaugurato il servizio Dial-A-Joke.

Voglio dire, empiricamente esiste una linea sottile tra un certo tipo di musica e la risata – entrambe sono risposte, reazioni alla condizione umana, il prodotto di tutto quello che è l'uomo nel bene e nel male. 

Tom Lehrer è un giovane matematico americano di origine ebrea con alle spalle una prestigiosa laurea ad Harvard e davanti un avvenire piuttosto luminoso, considerate le profittevoli ricerche nel suo campo scientifico: un po' come l'originale Unabomber, anche lui è un accademico ed è a tutti gli effetti un “insospettabile” (come i giornali di cronaca farebbero dire ai vicini di casa, «Salutava sempre...»). 

Tom Lehrer suona il pianoforte, conosce bene il Grande Canzoniere Americano, ha ascoltato e studiato la musica classica, conosce l'arte del cantautorato e soprattutto comprende i meccanismi della risata: diventa una piccola leggenda già ad Harvard con le sue prime canzoni incise nel 1953. Da questo momento la sua parentesi musicale durerà una dozzina d'anni pressappoco, per poi tornare a dedicarsi totalmente alla matematica ed all'insegnamento, che del resto mai aveva davvero abbandonato, e sparire (quasi) del tutto dal mondo dello spettacolo. Del resto, lui stesso dirà in uno dei suoi concerti che verrà consegnato alla storia innanzitutto per il riuscitissimo progetto scientifico con cui ha allungato oltre ogni limite precedente la durata della propria adolescenza. 

A differenza dei fratelli Flemion a cui abbiamo dato uno sguardo il mese scorso, in possesso della violenza comica di un berserker, Tom Lehrer usa il guanto di velluto per rendere decorose agli occhi della Pubblica Autorità le sue canzoni: non va dimenticato che ci troviamo in quegli stessi anni ipocriti che avrebbero tolto la vita a Lenny Bruce esasperandolo nonostante il Primo Emendamento alla Costituzione americana. 

Nella produzione di Tom Lehrer non c'è traccia di turpiloquio o turbolenza - il registro è totalmente differente ma l'arma resta potente, corrosiva e furbissima: un enorme sorriso sornione che osserva tutto attentamente e porta alle estreme conseguenze con logica rigorosa qualunque premessa. Quale che sia il soggetto coinvolto, il nostro lo processa razionalmente con cognizione di causa e riesce a parlare e a far ridere di qualunque argomento (dal plagio nella ricerca scientifica alla necrofilia, passando per l'Edipo Re) sfruttando ironia, autoironia e sarcasmo. La manciata di canzoni scritte nel corso degli anni è limata alla perfezione, così come gli intermezzi di presentazione tra un brano e l'altro, anch'essi frutto di un lavoro di cesello: nel complesso musica e parola sono un fluire unico, inseparabile, in cui l'uno si nutre dell'altro; e se improvvisazione c'era mai stata, sono dell'idea che questa si sia cristallizzata man mano che si sia raggiunta una sorta di imperfettibile stabilità. Godibilissimo a distanza di più di cinquant'anni, con ogni parola il Lehrer pianta pure semi di riflessione nella sua Opera. A pensarci, la circostanza è pure allarmante: emerge anche da qui quanto poco sia cambiato nel grande schema delle cose nonostante il tempo trascorso. 

Troviamo così già qui l'esigenza di rinnovamento della Chiesa Cattolica e il marketing del prodotto-religione in The Vatican Rag: a ridosso del Concilio Vaticano II e della Messa non più celebrata soltanto in latino, Tom Lehrer trova “nuove soluzioni” per modernizzare la Chiesa; in New Math ad essere presa di mira è l'educazione scolastica (e non) delle nuove generazioni: allo stesso modo in cui negli ultimi anni non si tiene conto dei punti nelle competizioni fra giovanissimi, qui si celebra la svolta epocale in matematica del “non è importante il risultato ma il procedimento”; o ancora, National Brotherhood Week in cui viene tolto il velo all'ipocrisia celata dallo spirito di fratellanza del melting pot americano (ma il discorso è ovviamente molto più ampio) in cui il pregiudizio è l'unica cosa che accomuna tutti, e questo negli anni del dottor King e di Malcolm X; oppure It Only Makes You Proud to Be A Soldier ed il breve campionario di umanità che compone l'esercito, l'unica vera istituzione democratica americana in cui non esistono discriminazioni all'ingresso. Non manca nemmeno un ampio campionario di canzoni “d'amore”, fra cui spiccano She's My Girl, When You Are Old And Gray e I Hold Your Hand in Mine, ognuna un piccolo quadro di vita e musicale. 

Segnalo pure l'aristocratico e leggerissimo esperimento di Clementine in cui la famosa canzone popolare americana viene “riscritta” nei più vari stili, finendo per essere una sorta di compendio della musica occidentale; e la protesta alla moda delle canzoni di protesta di The Folk Song Army, cantata con l'accompagnamento della sua “chitarra a 88 corde”. 

Una curiosità verso cui voglio puntare l'indice è l'introduzione di “Tom Lehrer Revisited”, del 1960, in cui raccontandosi più o meno fittiziamente, il nostro matematico cantautore dice di essere al lavoro su una commedia musicale incentrata sulla vita di Hitler: qualche anno dopo, nel 1968, Mel Brooks diresse The Producers, incentrato sull'idea del musical sul Terzo Reich (!) ed all'epoca giudicato “visione sconsigliata” da parte del Governo Britannico: fu l'intervento di Peter Sellers che diede rilievo (e sollievo) alla pellicola evidenziandone pubblicamente il carattere satirico, comprando per lo scopo pure spazi sulla stampa – Peter Sellers, che nel 1968 era già un divo e che qualche anno prima era stato il protagonista di Dr. Strangelove ed era comparso in What's new, Pussycat, prima sceneggiatura di Woody Allen. Non so se tutto questo sia o meno una coincidenza però, viste le premesse che hanno introdotto questo articoletto, mi piace pensare che tutto sia in qualche modo collegato. 

Inoltre, sempre per far quadrare il cerchio, siamo partiti da Broadway e (quasi) a Broadway ritorniamo: difatti nei primi anni Ottanta a partire dalle canzoni di Tom Lehrer è stata creata un'opera di rivista, Tom Foolery, una sorta di musical con sketch che aveva riproposto sotto una nuova veste il repertorio del nostro autore. 

Come sempre il consiglio è quello di ascoltare per sé: oggi è possibile trovare esilaranti scampoli di registrazioni d'epoca nei provider di hosting video, e meritano davvero il tempo di essere viste ascoltate e ricordate come un documento preziosissimo.

Note:


[1]    Per chi volesse approfondire, un ottimo punto di partenza è il documentario recentissimo Misery Loves Comedy di Kevin Pollak che nasce dall'interrogativo fondamentale se sia la tragedia a far nascere in un Autore comico la spinta o la necessità di far ridere.

[2]    Così vengono definiti i comici che anziché proporre monologhi strutturati saltano di battuta in battuta senza che vi sia necessariamente un filo conduttore tra le stesse.



Su Isis, Nazismo e Arte - Antonio Dentice


Su Isis e Nazismo e Arte
e Morte
Per menti passanti da televisione a scuola a
schermo e ritorno
e andata
e ritorno

Fascismo e nazismo, siano i fascismi europei dei primi decenni del Ventesimo secolo, che si servono dell'arte come instrumentum regni, strumento di potere politico: politicizzano l'arte, quindi, del pari quasi estetizzano la politica - e estetizzazione della politica, che, proprio per questo, o quasi, diviene letale: fa sì che la politica produca morte, sia all'interno, verso i nemici interni, gli avversari politici, ecc., sia all'esterno, verso i nemici appunto esterni: verso il e un, fuori. 
Ma, e questo è fondamentale (…), se la politica si fa arte e l'arte si fa politica, e sia: e una specie dell’innocuo come l'arte, e una specie del serio come la politica insieme coalizzandosi e scambiandosi parti, partizioni e di potenza e di debolezza confondendosi (e è quello che si chiama di solito, quanto agli stati totalitari nazista e fascista, come presenza, e presente, asfissiante e diffusione inesausta della propaganda: e è come un neutralizzarsi della società nello stato: del privato nel pubblico!), queste species - questa specie di micidiale irrilevante gnommero - producono la morte che la guerra è - ora, oggi, tutto ciò è possibile perché una base è una idea anche, un concepimento e politico e sociale e culturale che insieme ha bisogno delle differenze solo a continuamente annientarle: e questa concezione è - si vuole sia: il razzismo.
Ora, essendo questo ciò che si può dire intelligentemente (…) del rapporto tra arte e politica a proposito dei fascismi europei del Novecento - che cosa si può dire, per e una analogia e una differenza - meno dell’Isis, che rispetto all'Isis?
L’Isis, cioè, se distrugge l'arte, ripete il gesto razzistico dei nazisti, che censuravano e distruggevano quell'arte così detta degenerata, quell'espressionismo soprattutto, che, secondo loro, il noi nazistico, era una pittura, una immagine, una specie dell’arte, la quale portava - appunto - all'espressione disordinata e spontanea e urlata e l'interiorità e l'inconscio, valori: inneschi di valori dell’umano, e non in linea con quelli propagandati dai nazisti stessi.
Ora, se il nazismo all'arte, da loro stessi considerata degenerata, che distruggevano, preferivano un'arte sana e ariana: depurata di ogni elemento caotico e espressionistico: dionisiaco (…), a favore di un'arte, si dica anche, apollinea - anche quelli-d’Isis distruggono quella che, per loro: per questa sigla d’Isis, è un'arte degenerata - e cosa vi sostituiscono? Vi sostituiscono, e questo è importantissimo e, insieme, paradossale (…), l’assenza dell'arte: l'assenza dell'immagine: l'immagine della non-immagine: un vuoto di immagine, che per Isis è l'unico modo del contrapporsi all'emorragia delle società capitalistiche e occidentali dello spettacolo che, per Isis, sono abitate e governate da infedeli, da chi non condivide la loro medesima fede in una religione, in un vincolo di ripetizione, e il loro stesso stile da, e non a, una vita.
Isis oppone; e al profluvio e diluvio di immagini pubblicitarie delle nostre (…) società dello spettacolo, alle tracce musealizzate delle nostre (…) tradizioni artistiche - la morte, la messa a morte dell'arte e dell'immagine - come? 
Mettendo in una specie della scena - la morte stessa: la messa a morte dell'arte e della vita, e delle sue scene.

P.S.

Si potrebbe prendere, come i fascismi (nazi-fascismo) usino l'arte per governare, facendo della politica e della amministrazione (anche) una cosa artistica, un che (anche) di estetico, quindi sempre degno di essere rimirato: come se, oltre a dover essere efficiente, la politica dovesse essere anche cosa valida in sé, quindi assoluta, quindi bella (il capo politico, cioè il Führer, Hitler, e anche Mussolini, come capo carismatico (carisma: grazia: fascino), capo che il popolo segue e ascolta restandone fascinato: assoggettato da elemento non calcolabile e oggettivabile e razionalizzabile: dal fascino: dalla grazia della sua semplice pura viva presenza sul palco, dalla tribuna, alle adunate oceaniche ove è acclamato dalla folla - ferma in un movimento… - che non comprende del tutto quanto ascolta, ma, rapita, continua catturata dal corpo della Guida: dalla gesticolazione, dalle mani del Capo, dalla sua pura - e umanissima - presenza estetica e vivente.) Lo stato, sì diventando sé: un'opera d'arte: organismo sia efficiente, buono, sia bello, artistico: proporzionato armonico: una bestia degna dello statico e dinamico insieme (quello stato etico in cui il privato, il singolo è valutato: calcolato: assorbito nel pubblico, in una misura del comune: lasciando al cittadino di poter essere sì se stesso, alla sua libera vivente esistenza, e iniziativa di una libertà-da, ma solo e, solo perché contemporaneamente, sempre di nuovo, è sussunto: assunto: fagocitato dallo stato: precarizzato dal partito che ondeggia e fila: e messo in opera, a lavoro, nel sacrifico di sé dal movimento politico, ideologico: coprente immunitariamente, del partito.) Una imponente vivente macchina che si auto-produce in immagini e le produce, spesa: finanzia: compie, le immagini - quella propaganda nella quale il Proprio, la Nazione viene esaltata e viene svalutato l'Altro, il Nemico, l’avversario: e viene glorificata l'immagine pura della razza superiore, e pura immagine d’immagine - che essendo pura è assoluta: divina: non umana: inesistente, quindi, purificantesi immagine da una purezza: dell'Ariano, e viene umiliato screditato combattuto annientato l'Altro ridotto, e condotto, alla sua immagine sempre da distruggere: da sostituire con la propria immagine.

Si potrebbe comprendere come Isis, in quanto fascismo e, insieme, terrorismo, combatta ogni immagine, ogni arte: non solo quella degenerata, non allineata ai dettami, agli ordini, ai programmi - muti: icasticamente presenti nella degenerazione sigetica - della propria tradizione culturale e religiosa, unicamente - roteando -religiosa (essendo l'Islam la forma di una teocrazia, di una teologia (della) politica: di stato, di politica insieme separata dalla religione e solo nella e dalla religione inglobata: e forse il terrorismo d'oggi è proprio questa forma di teologia politica così confusa e, insieme, non caotica… ), ma l'arte in generale: l'immagine in generale - un Generale dell’Immagine! 
E in questo Isis si differenzierebbe dai fascismi europei, in particolare tedesco e italiano, della prima metà del Novecento: perché, invece, il nazismo proporrebbe ancora una immagine, quella di sé, del Proprio, della Razza Pura, dell'Ariano, della propria Nazione, distruggendo però ogni Altro, ogni altro come immagine, ogni immagine dell'altro: in una immagine oggi?

Ma - è proprio solo così?

Perché, se prendiamo come l'immagine di razza pura sia una non razza, una irrealtà di immagine, una astrazione: sia, cioè, solo una idea di razza, specie costosa come la razza qualcosa del solo immaginato pensato voluto e mai esistente effettualmente ma con-cretamente radicalmente storico; se prendiamo come la razza pura sia una immagine assoluta, come un'arte vuota, una estetica dall’astratto: da una posizione elementale, quindi come sia qualcosa di in(e)sistente... - e se teniamo a una nostra mente, come il nazista, il razzista che ogni fascista sempre è, in tanto, contemporaneamente, oggi: distrugge ogni altra immagine d’arte degenerata, di arte impura, riducendo l'altro, il razzialmente diverso dall'ariano alla sua di immagine (tutti gli stereotipi, i luoghi comuni i miti nazi e postnazistici: postgreci e di una grecia asservita a colpa di una malattia dell’origine nella morsa di una europa centrale e centralizzata presso i fiumi di germania, e della propaganda antisemita sugli, e contro gli, per gli ebrei: che li identificano: li fissano in una immagine: li bollano e li denunciano come i-diversi: inferiori: li annientano in quanto in(e)sistenti e autodistruttivi come le serpi di un adamo scoppiato: non degni a un vivere ma solo di una vita che si degrada: distruggendo prima e insieme sempre la loro immagine: la loro razza) - per poterlo distruggere: un altro: per poter distruggere, quindi, ogni immagine dell'umano: ogni arte, e estetica dell’Uomo:

all’ora ecce: noi (…) abbiamo una continuità tra un (nostro) nazismo e Isis...

E se pensiamo al fatto, non solo elementale, che i nazisti istituiscono: il, un luogo, spazio politico e ulteriore delimitato e confinato: chiuso, in cui distruggere l'altro e ogni sua immagine: ogni immagine della politica, e che questo spazio è il campo sì di internamento e di concentramento, ma anzitutto - poi: oggi lo stadio anche e i market - di (uno) sterminio, cioè Lager (Campo che certo è il fisicamente ubicato in un luogo geografico, ma funziona come un paradigma, un modello del vuoto: come modello politico anche nella città, ossia nella dimensione tradizionalmente considerata la più, se non l'unica, politica; Lager accade allo spettacolo dell'ariano, dell'immagine della razza pura, distrugge l'immagine che l'altro, il diverso è, l'ebreo - ebreo che, in oltre, è per tradizione chi non ha immagine: chi non si fa immagine del dio di Dio, quindi venendo sì destinato: destino alla sua essenza, al suo, dell’originario originale la consistenza di non immagine: di immagine vuota: di vuoto di immagine: di immagine della morte: della morte in vita, in quanto vita gradata al degradato e inutile e inefficiente la non degna vita: quindi Lager Destino: nel Campo dall'ariano a morire: a essere gasato: sterminato: annientato: Lager, in cui la vita e la morte passano incessantemente l'una nell'altra: attraverso l'immagine posta solo per essere sempre distrutta, da una altra immagine?) - all’ora - oggi - ecce: e questo noi che può dire:

Isis col suo terrorismo, con e in una politica di morte e di distruzione dell'immagine e della vita ha luogo dappertutto, non ha luogo: è luogo: ecce. Scena scema sempre l'immagine, lo spettacolo della distruzione delle immagini e della vita: trasformando formando i nostri, e loro, programmi televisivi, i nostri , e loro, schermi: le nostre, e loro, immagini in Lager.

Cioè: nello spettacolo, nello spazio chiuso recintato glorificato esaltato, in cui morte e vita: immagine e concretezza: concrescono in astratto e storico si confondono da sempre a sempre incessantemente potendosi a sempre, a un sempre, distinguersi e giocarsi e l'uno contro l'altro, l'uno per l'altro: Lager che i nostri, e loro, schermi sono e disseminano in ovunque, pur, anzi, proprio nella urbanità civiltà agiatezza spensieratezza serenità delle nostre, e loro in parte, città, nostre praticamente immaginate e mondate: lavorate: ecce. Non possiamo un possibile ché possiamo prendere come terrorismo (potendo chiunque essere terrorista: accusato di terrorismo, quindi, per principio essendo ogni momento e atto della vita un atto di morte, atto di terrore - (solo) terroristico) esista come se non esistesse: sola la sua immagine che sempre si nega: e sempre si afferma: e a sempre si vende: e da un sempre si consuma: si deteriora: equivoca - essendo, quivi, la politica e la religione, l'ideologia, e la vita e la morte, oggi, dal nostro, e loro, oggi implicate: prodotte da e producenti immagini: spettacolo: schermi: ciò che fa esistere e, insieme, non esistere cosa come il terrorismo è un punto: il fatto? O del fatto che - ed è un titolo poetico: presocratico! - esso accada: si dia: storicizzi: si obli(ter)i: si cancelli nello schermo: in una immagine d’ostacolo: nel contraccolpo dell’essenza poetica - che fili fughe: in un controllo delle immagini: in una loro selezione censura disseminazione produzione emorragica: nella loro, e nostra, accecante trasparenza: nel loro rutilante assordante serpeggiare: lo schermo è tensore funtore: ciò che mette in relazione e, insieme, in crisi vita e morte: critica la stessa immagine e la sua stessa distruzione. 

Vivi quivi quindi, a partire da, è insistendo in questa sua debole incerta vita: fumosa sistenza, trasparente ubiquità, il terrorismo dà morte: dà a vedere la vita che dà morte alla vita: la vita che dà vita alla morte.

Il Centro di Poesia e Scritture Contemporanee dell' Upter presenta L'incipit dell'Infinito



Il Centro di Poesia e Scritture Contemporanee dell' Upter - Università Popolare di Roma

Lunedì 14 ottobre, ore 17:30  

Palazzo Englefield, via quattro novembre 157 - Roma
Presenta

L’INCIPIT DELL’INFINITO
La modalità della vertigine: aporie, smottamenti, voragini nella versificazione di Giacomo Leopardi 

di
Giuseppe Garrera e Sebastiano Triulzi
con una nota di Fabrizio M. Rossi
edizioni Cambiaunavirgola 2019

Un giovane di ventuno anni – tale è Giacomo Leopardi quando scrive l’Infinito – ci indica da subito la parabola irrimediabile e spettacolare del proprio destino, a cominciare da quel Sempre, dopo il quale tutto sarà solo vertigine e precipizio. Il saggio di Giuseppe Garrera e Sebastiano Triulzi, tutto dedicato al primo verso dell’Infinito di Leopardi, in occasione del bicentenario dalla stesura, procede esso stesso per voragini, smottamenti, cadenze irregolari. I due curatori indagano la vicenda del verseggiare di Leopardi, la sua capacità di far franare tutto: le parole, le cose, i moti, i sentimenti.

Nel primo verso c’è già l’intera avventura poetica di Leopardi fino al mare impietrato del Vesuvio, passando per le steppe dell’Asia minore: l’ermo colle è profezia di una scelta inesorabile, una fedeltà al deserto. Dal primo grande momento di affezione al precipitare nell’abisso del tempo e nel segreto dell’anima, del ricordare, per lutto e perdita, dalla speranza e consolazione dell’infinito, al sedere contemplando il nulla, Leopardi sceglie il naufragio come condizione irreversibile.

Una nota finale di Fabrizio M. Rossi rende omaggio alle edizioni a stampa dell’Infinito e ne ricostruisce la storia tipografica.

Gli autori:

Giuseppe Garrera è musicologo, storico dell’arte e collezionista, coordinatore scientifico del Master in Economia e Management dell’Arte e dei Beni Culturali della Business School del Sole 24 Ore.

Sebastiano Triulzi è docente di Letteratura Italiana Contemporanea all’Università Uninettuno, ed è giornalista e critico letterario del gruppo Repubblica – Gedi.

Coordina Marco Giovenale
Saranno presenti gli autori

Ingresso libero
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La città invisibile, parte II - Vladimir D'Amora


Sine memoria 

Napoli non fu mai dorata, guscio di storie commoventi e di simpatiche resistenze, mai la scena per infimi che dopo la fiamma accedano a memore cenere. No, Napoli è sempre stata tacitiana, una Atene solo rinvenibile nelle sue proiezioni ottuse e ormai incapaci di narrarsi, una colluvie d'enti. Né Croce né Benjamin servono alla sua rigidità melmosa e maleodorante. I rifiuti, a Napoli, sanciscono la indistinguibilità: un centro scimunito come la moda dopo la moda, e una periferia ferita da se stessa, dall'esibirsi nella ottusità più manovrabile, sottoproletari di vicoli e di isole che si prestano, urlano e s'indignano distratti. La comunicazione tra una città dissipata e una periferia di desolazione smunta essa stessa, è una situazione mediatica: il calcolo del fango, del lurido capello che il filosofo punto esclude dalla potenza d'idea: non si fantastica una politica sui cumuli di monnezza, sull'immonda pulizia del rifiuto che passa sui video, nei giornali che lo disintegrano, medusizzandolo quas’installazione detersa e deprimente.


Miele e canzoni 

Calvino non fu spietato, e solo da fuori può giungere un regista più che celicolo, quel Wenders a rammentare ad architetti e urbanisti l'uso del vuoto, i bisogni dello spazio stesso, ossia proprio la iattura di quei resti che tali mai restano, prestandosi di più alla proiezione che simuli e di ciò sia sazia. La grana delle decostruzioni, ossia il giacere non inerme dell'utopia, della fuga minima, non si procede più dai margini al centro come Deleuze dai buchi centrali alle fasce d'esterno, fino all'esterno più imprevedibile e irriducibile potenza di alterazione, potenza della spaziatura. A Napoli neppure alla lingua riesce di preservarsi morta, per quanto sulle isole meno abitate lì risuonino le note nuove e melodrammatiche, il posticcio e sulfureo urlo della tradizione, d’una memoria di cui sempre sospettare. Napoli, infatti, ha una memoria disintegrata non dalle alterazioni paesaggistiche e urbanistiche, non si tratta dell’umanistica corrispondenza tra l'umano e l'inumano donde Calvino poteva estrarre un avvenire sempre prossimo e ancora teso tra compiacenza e fremito di resistere, l'indulgenza del calcolo e le mire d'evasioni velleitarie. La memoria a Napoli non si tiene manco all'improbabilità della sua euristica, le distanze interne sono spalmate sulla continuità degl'ingombri automobilistici, verso l'esterno la città è prodiga d'ampliarsi ormai non più umida e madre puttana. Quando ci si incammini verso nord, verso Marano e Calvizzano e Giugliano, a piedi si sia vinto il timore di imbattersi in una criminalità organizzatissima e ancora in vista nell'attesa territorializzante, si superano teorie di residui edilizi commisti a fantasmi di forme animali, di vite ch'erano commestibili perché enormi e, falso mirabile, in sé serbavano l'autentico del ruspante carnoso, e ereditariamente. Si superano scorci pieni di finestre chiuse modulari, boscaglie d'impenetrabile stortura, sospese su stagni insignificanti e penosi e pericolosi di perenni miasmi immobili, e le facce nelle auto, nei bar, incorniciate da tempi che né scorrono né si raggrumano in occasione. Il tempo, tra Marano e Napoli, il passo dal bancone del bar alla sua soglia, lo sguardo compiaciuto e schifato, deluso tronfio, e inscalfibile nella sua disponibilità a non vendersi, aperto a ogni assenso che non costi, e non smuova. Come miriadi di vecchi rassicurati sanitariamente, dalle pensioni in calo, dai telegiornali mediaset, dall'acqua sul gas e per le mele cotte, fede sborrata su pareti soffocate da immagini. Gli irriconosciuti soliti feticci.

* Fotografie di Vladimir D'Amora

Globalizzazione e libertà, Amartya Sen - Stefania Iacobelli


"La contemporanea presenza di opulenza e agonia nel mondo che abitiamo rende difficile evitare interrogativi fondamentali sull'accettabilità etica dell'organizzazione sociale prevalente e sui nostri valori, la loro rilevanza e la loro portata". [1]
Poste all'inizio di un capitolo intitolato Globalizzazione: valori ed etica, queste parole spiegano quale sia l'interesse di Amartya Sen, quali le sue perplessità, quale, in qualche modo, il suo stesso programma di lavoro non esclusivamente economico, né esclusivamente filosofico.
Globalizzazione e libertà (Milano, Mondadori, 2002) raccoglie una serie di interventi di Sen -premio Nobel per l'economia- in occasione di interventi pubblici in cui, con la sobrietà e la lucidità intellettuale che lo contraddistinguono, prende posizioni su argomenti quali il sovrappopolamento mondiale, la povertà, i diritti umani, il ruolo dei valori nello sviluppo economico di un paese, il rapporto (di sudditanza?) tra l'Occidente e il resto del pianeta, la libertà, le disuguaglianze, lo sforzo di formulazione di una teoria della giustizia dai tratti decisamente ampi e le diatribe rispetto al ritorno dell'idea di appartenenza comunitaria. Tutti temi molto cari all'economista indiano, che però in questa occasione vengono collegati da un filo rosso che li colloca a pieno titolo nel dibattito contemporaneo sulla globalizzazione; dibattito, purtroppo, spesso di livello non alto e giornalisticamente incentrato a narrare le gesta dei cosiddetti no-global e delle cosiddette forze dell'ordine piuttosto che a focalizzare i grandi temi che ci riguardano e che ci hanno trasformati in una comunità globale a rischio.
Nel testo in questione Sen, in riferimento al contesto globale, è come se volesse sottolineare la necessità, per le scienze e i saperi, di riferire la propria riflessione a un processo certamente non nuovo ma giunto, allo stato attuale, in una fase culminante e, almeno fino a pochi decenni fa, difficilmente prevedibile. Un processo che, certamente, non può non investire anche la riflessione pedagogica, a maggior ragione la riflessione di quegli studiosi che ne auspicano una riconfigurazione in senso interculturale. In realtà, tra i temi della scienza dell'educazione va individuata una riflessione volta alla ricerca di orientamenti valoriali erga omnes, quindi interculturali e cautamente universali, i diritti umani, le possibili strategie di interiorizzazione e di formazione alla cittadinanza globale, i tentativi di fare incontrare le differenze culturali senza che vi sia prevaricazione; dunque, tutti temi che vanno (ri)definiti all'interno di un contesto globalizzato e ad altissima interdipendenza.
Valgano queste spiegazioni a giustificare l'interesse per un autore che non si è mai esplicitamente occupato di pedagogia.
Il testo in questione ha un forte carattere divulgativo. Rispetto ad altre fatiche seniane, infatti, di lettura ben più impegnativa, infarcite di tecnicismi richiedenti una certa competenza specifica, mirate a sviscerare con dovizia di dati e argomenti una tematica singola (per quanto questo sia possibile) inserita in dibattiti scientifici non alla portata di tutti, Globalizzazione e libertà non presenta eccessive difficoltà e si presta a essere fruito da un pubblico di lettori certamente più vasto.
Ciò, d'altro canto, potrà spingere molti ad avvicinarsi ai lavori di Sen, esplicativi della loro importanza nel campo delle scienze economiche degli ultimi 30 anni, soprattutto per lo sforzo di compatilizzarne le specificità tecniche (a torto disumanizzate e sussunte in un olimpo privo di regole) con la riflessione etica.
Sen invita a interpretare la globalizzazione come un processo secolare che, dagli ultimi dieci anni, ha subito un'accelerazione di cui, criticamente vengono individuati i caratteri distorti. Fra questi, quello più rimarchevole sembra essere rappresentato dalle abnormi disuguaglianze che il mercato genera non soltanto all'interno delle comunità statali ma anche tra stati e regioni, a causa di una distribuzione non equa della ricchezza prodotta. L'intervento delle istituzioni (globali?) che potrebbe quanto meno ammortizzare i costi sociali pagati dai soggetti più deboli, dovrebbe essere sorretto da una autorevole teoria della giustizia che possa giustificare, all'insegna dell'imparzialità, eventuali azioni (re)distributive, volte a combattere disuguaglianze sostanziali. Per questa ragione, nel terzo capitolo, Sen si confronta con la teoria rawlsiana della giustizia come equità, per scoprire se il punto di vista contrattualista del filosofo americano abbia le carte in regola per rispondere alle esigenze del mondo globalizzato, anche in relazione al fatto che una delle su opere (Il diritto dei popoli, Torino, Comunità, 2001) si concentra proprio su questo tema.
Sen, premettendo sempre il debito intellettuale nei suoi confronti, non è nuovo a polemiche con John Rawls. In altre occasioni aveva tacciato "feticismo" la sua teoria sulla redistribuzione equa dei beni primari, qui si concentra invece sul carattere internazionale della teoria della giustizia esplicitata ne Il diritto dei popoli. Il modello rawlsiano viene infatti applicato inizialmente alle singole società specifiche, per allargarsi, poi, internazionalmente attraverso legami tra nazioni e popoli che, a loro volta, stipulano norme intersocietarie a seguito di consessi strutturati nell'ottica di una posizione originaria internazionale.
Sen, per parte sua, ritiene invece che una teoria della giustizia debba avere tratti globali più che internazionali, dal momento che l'identità di un soggetto non è esclusivamente connotata dal fare parte di un popolo o di una nazione o, come ritengono i comunitaristi (cap. III La minaccia della frammentazione), dalla scoperta di limiti percettivi che restringono i giudizi morali alle convenzioni della comunità culturale di appartenenza, si contraddistingue piuttosto per le affiliazioni plurali che definiscono un soggetto in possesso di identità multiple, talora in concorrenza, che prevalgono in contesti specifici, disegnano molteplicità di solidarietà possibili e richiedono una teoria della giustizia globale.
Inoltre, secondo Sen, il contrattualismo sarebbe inadeguato a formulare decisioni (giuste) in merito a scottanti problemi globali, quale quello dell'incremento demografico, che non si adatta all'esigenza contrattualista tra la congruenza tra giudicati e giudicanti, perchè riguarda gruppi di partecipanti variabili. A tale proposito i neo-malthusiano prospettano imminenti crisi apocalittiche derivate dal sorpasso della crescita della popolazione rispetto alla produzione del cibo, e leggono l'incremento demografico in Asia e Africa come uno sbilanciamento pericolosissimo.
Tuttavia Sen sostiene (Ambiente, popolazione ed economia mondiale, cap. VII) che la produzione di cibo non sia stata superata dalla crescita delle popolazioni del terzo mondo e che il problema della fame andrebbe sviscerato attraverso ragionamenti complessi in grado di indicare che:

1) in un mercato deregolamentato la produzione di cibo non attiene soltanto alle richieste di chi ne ha bisogno ma reagisce anche a variabili quali il calo dei prezzi delle derrate alimentari di prima necessità che ne rendono meno redditizia la produzione disincentivandola;

2) storicamente le peggiori carestie non sono da attribuire alla mancanza di cibo ma alla penuria di risorse da parte dei più deboli per procurarselo, senza l'attivazione di soluzioni adeguate da parte delle istituzioni preposte;

3) il problema dello sbilanciamento demografico si svuoterebbe di senso qualora si considerasse il fatto che la presunta naturalità dell'espansione demografica europea è il frutto della rivoluzione industriale e del consolidamento del capitalismo, esattamente allo stesso modo in cui l'allargamento del mondo globale sta generando sviluppo demografico nel terzo mondo.

La spiegazione del miracolo economico asiatico è stata invero trovata nella peculiarità dei "valori asiatici" che, grazie a un'etica "forte", avrebbero permesso un simile sviluppo, proprio come Max Weber sosteneva che il nerbo spirituale del capitalismo europeo risiedesse nell'etica protestante. Sen, pur credendo che i valori svolgano un certo ruolo nella vita economica di una regione, non pensa sia possibile, visto l'eterogeneità di fatto, definire una lista di "valori asiatici"; questi ultimi possono, infatti, spesso trasformarsi in strumenti di copertura ideologica.
A questo proposito, una parte importante di Globalizzazione e libertà è dedicata alla presunta dicotomia tra diritti umani di origine occidentale e "valori asiatici" centrati sulla nozione di dovere nei confronti della comunità tradizionale, e quindi lontanissimi dall'individualismo che permea il linguaggio dei diritti.
Sen non crede nemmeno a queste argomentazioni in virtù dell'assoluta eterogeneità della tradizione asiatica e ritiene che, benché formalizzati nel contesto europeo, i diritti umani non abbiano (storicamente) una paternità esclusivamente occidentale e la loro diffusione non vada intesa come un'esportazione di civiltà al pari dello sviluppo economico.
Sviluppo, del resto, di per sé non è sinonimo di benessere, e i soggetti vessati da gravi disuguaglianze (tanto nei paesi del terzo mondo quanto negli strati sociali in fase di pauperizzazione economica e culturale del primo mondo) non possono giovarsi dell'economia di mercato o della tutela dei diritti, che non hanno la possibilità di esercitare, se non si agevola l'operato delle "organizzazioni non-market che diffondono l'istruzione, l'epidemiologia, il microcredito, le appropriate difese giuridiche e altri strumenti di autonomia individuale" [2] che devono essere considerati mezzi per accedere all'economia di mercato e ai processi decisionali dell'intero corpo sociale.
Sen propone insomma per una equa e diffusa distribuzione di "capacità di funzionamenti fondamentali" intorno alle quali in testi come Scelta, benessere, equità o La diseguaglianza ha costruito una teoria egalitaria con fortissime, a mio parere, implicazioni pedagogiche.

Note:

[1]   Amartya Sen, Globalizzazione e libertà, Milano, Mondadori, 2002, p.11

[2]   Ibid. p. 21



Doppio incontro per il Centro di poesia e scritture contemporanee dell’UPTER - Marco Giovenale

Doppio incontro per il Centro di poesia e scritture contemporanee dell’UPTER e per il corso "Verso dove? - Orientarsi nella poesia contemporanea".

VENERDÌ 4 OTTOBRE,  ore 16:00
al Teatro della Cometa
Via del Teatro di Marcello 4 - Roma

Festa dell'UPTER e presentazione delle attività, tra cui il corso "Verso dove? - Orientarsi nella poesia contemporanea" e le nuove iniziative del Centro


LUNEDÌ 7 OTTOBRE, ore 17:30
Palazzo Englefield
Via Quattro Novembre 157, Roma

il Centro di poesia e scritture contemporanee dell’UPTER presenta:
Le muse del disincanto
Poesia italiana del Novecento. Un’antologia critica
di Silvio Raffo
Ed. Castelvecchi, 2019



Introduce l'incontro Valerio Massaroni
Presenta il libro l'autore Silvio Raffo

Anche in questo incontro saranno presentate le nuove attività del Centro di Poesia e scritture contemporanee dell'UPTER, incluso il corso Orientarsi nella poesia contemporanea.

Nella storia della nostra poesia il Novecento appare il secolo in cui sono state superate e infrante diverse frontiere; mai tante voci dispiegate in così evidente contrasto hanno fatto sentire il loro appello a Muse tanto inquietanti: progetti di destrutturazione e ricostruzione, accordi discordi, entusiastici fervori d’avanguardie e malinconiche nostalgie, proclami d’impegno e disimpegno, coscienza del vuoto esistenziale nell’«oblio dell’Essere» e più o meno consapevoli neoromanticismi. In quest’antologia, dove trovano spazio anche quei poeti ingiustamente considerati “minori” dalla critica, Silvio Raffo indaga tutte le aritmie del «pensiero poetante», tutte le correspondances e le dissonanze fra le varie tendenze. E lo fa con un’acribia filologica sempre accompagna- ta da un tono di affabile partecipazione: di poeta prima che di critico, convinto che sia necessaria la sopravvivenza di una poesia “alta”, equivalente a una scienza irrinun- ciabile di natura carsica, invisibile agli occhi dei poteri mondani eppure essenziale alla vita dell’anima; una poesia che possa ancora difendere nel «fuoco delle controversie» il valore di quella Bellezza che dovrebbe salvare il mondo. 

Silvio Raffo: romanziere, saggista e poeta. 
Ha tradotto tra gli altri Emily Dickinson, Dorothy Parker, Philip Larkin. 
Tra le sue raccolte di poesia Lampi della visione (Premio Gozzano 1988), L’equilibrio terrestre (Premio Città di Cariati 1991), Al fantastico abisso (Premio Val di Comino 2012). 
Tra i romanzi ricordiamo Lo specchio attento (1987), Il lago delle sfingi (1990), Virginio. Le prodigiose avventure di un bambinaio androgino (1997), Giallo matrigna (2011) e La sposa della Morte (2013). 
La voce della pietra (Elliot, 2018 – già uscito per la prima volta nel 1996) fu tra i finalisti al Premio Strega nel 1997.

Severn Suzuki, discorso alle Nazioni Unite, 1992 - Rosalba Pipitone



Severn Suzuki è un'attivista e scrittrice che fin da piccolissima si occupa della giustizia sociale e delle questioni ambientali. All'età di 9 anni, ha fondato la Environmental Children's Organization (ECO) con un gruppo di amici impegnati ad apprendere e insegnare agli altri le problematiche sulle questioni ambientali. Nel 1992, con ECO, Severn ha partecipato al Summit della Terra di Rio, dove, all'età di dodici anni, ha pronunciato un discorso che ha attirato l'attenzione di tutto il mondo. Per questo ha ricevuto il Global 500 Award del Programma Ambiente delle Nazioni Unite a Pechino l'anno successivo.


Da allora, Severn ha fatto parte della Commissione della Carta della Terra delle Nazioni Unite e del Comitato consultivo speciale di Kofi Annan per il vertice mondiale sullo sviluppo sostenibile del 2002 a Johannesburg. Ha anche co-fondato lo Skyfish Project, un think tank basato su Internet che incoraggia i giovani a parlare per il loro futuro e ad adottare uno stile di vita sostenibile. Nel 2000, lei e cinque amici hanno condotto Powershift, una campagna ciclistica transnazionale per sensibilizzare l'opinione pubblica sui cambiamenti climatici e sull'inquinamento atmosferico.
Severn ha conseguito una laurea in ecologia e biologia evolutiva presso la Yale University e un master in Etnoecologia presso l'Università di Victoria, nella Columbia Britannica, dove ha studiato con gli anziani di Kwakwaka'wakw sulla costa nord-occidentale del Pacifico. Ha completato diversi tour in Giappone con il Namakemono Club e ha pubblicato diversi libri tra cui Tell the World (1993) The Day You Will Change the World (2003) e, come editore, Notes from Canada's Young Activists  (2007). Da giovane, Severn ha ospitato la serie televisiva per bambini Suzuki's NatureQuest.

Attualmente, Severn vive nell'arcipelago del Pacifico occidentale di Haida Gwaii con suo marito e il suo bambino. Qui studia la lingua di Haida e ospita Samaqan - Water Stories dell'APTN - una serie su First Nations e problemi idrici, che ora si avvia alla sua terza stagione.
È membro del consiglio di amministrazione della David Suzuki Foundation e della Haida Gwaii Higher Education Society, Spark for the Girls Action Foundation e speaker di sostenibilità in tutto il mondo. Spera che la sua ricerca di conoscenze tradizionali e scientifiche e la sua dedizione all'utilizzo della sua voce la aiuteranno a promuovere una cultura di diversità, sostenibilità e gioia.

Riportiamo in suo discorso integrale al Summit della Terra di Rio:

Buonasera,
sono Severn Suzuki e parlo a nome di ECO (Environmental Children Organization). Siamo un gruppo di ragazzini di 12 e 13 anni e cerchiamo di fare la nostra parte: Vanessa Suttie, Morgan Geisler, Michelle Quaigg e me. Abbiamo raccolto da noi tutti i soldi per venire in questo posto lontano 5mila miglia, per dire alle Nazioni Unite che devono cambiare il loro modo di agire.

Venendo a parlare qui non ho un'agenda nascosta, sto lottando per il mio futuro. Perdere il mio futuro non è come perdere un'elezione o alcuni punti sul mercato azionario.

Sono qui per parlare a nome delle generazioni future. Sono qui per parlare a nome dei bambini che stanno morendo di fame in tutto il pianeta e le cui grida rimangono inascoltate. Sono qui per parlare per conto del numero infinito di animali che stanno morendo nel pianeta, perché non hanno più alcun posto dove andare.

Ho paura di uscire fuori al sole a causa dei buchi nell'ozono, ho paura di respirare l'aria perché non so quali sostanze chimiche contiene.
Ero solita andare a pescare a Vancouver, la mia città, con mio padre, ma solo alcuni anni fa abbiamo trovato un pesce pieno di tumori. E ora sentiamo parlare di animali e piante che si estinguono, che ogni giorno svaniscono per sempre.

Nella mia vita ho sognato di vedere grandi mandrie di animali selvatici e giungle e foreste pluviali piene di uccelli e farfalle, ma ora mi chiedo se i miei figli potranno mai vedere tutto questo. Quando avevate la mia età, vi preoccupavate forse di queste cose?

Tutto questo sta accadendo sotto i nostri occhi e ciò nonostante continuiamo ad agire come se avessimo a disposizione tutto il tempo che vogliamo e tutte le soluzioni. Io sono solo una bambina e non ho tutte le soluzioni, ma mi chiedo se siete coscienti del fatto che non le avete neppure voi. Non sapete come si fa a riparare i buchi nello strato di ozono, non sapete come riportare indietro i salmoni in un fiume inquinato, non sapete come si fa a far ritornare in vita una specie animale estinta, non potete far tornare le foreste che un tempo crescevano dove ora c'è un deserto.
Se non sapete come fare a riparare tutto questo, per favore, smettete di distruggerlo.

Qui potete esser presenti in veste di delegati del vostro governo, uomini d'affari, amministratori di organizzazioni, giornalisti o politici, ma in verità siete madri e padri, fratelli e sorelle, zie e zii, e tutti voi siete anche figli.

Sono solo una bambina, ma so che siamo tutti parte di una famiglia che conta 5 miliardi di persone - in realtà, una famiglia di 30 milioni di specie. E nessun governo, nessuna frontiera, potrà cambiare questa realtà.
Sono solo una bambina ma so che dovremmo tenerci per mano e agire insieme come un solo mondo, per raggiungere un solo scopo.

Nella mia rabbia non sono cieca e la mia paura non mi impedisce di dire al mondo quello che sento.

Nel mio paese produciamo così tanti rifiuti, compriamo e buttiamo via, compriamo e buttiamo via, compriamo e buttiamo via, e tuttavia i paesi del nord non condividono con i bisognosi. Anche se abbiamo più del necessario, abbiamo paura di condividere, abbiamo paura di dare via un po' della nostra ricchezza.
In Canada viviamo una vita privilegiata, siamo ricchi d'acqua, di cibo, di case; abbiamo orologi, biciclette, computer e televisioni. La lista potrebbe andare avanti per due giorni.

Due giorni fa, qui in Brasile siamo rimasti scioccati mentre trascorrevamo un po' di tempo con i bambini di strada. Questo è quello che ci ha detto un bambino di strada: «Vorrei essere ricco, e se lo fossi vorrei dare ai bambini di strada cibo, vestiti, medicine, una casa, amore e affetto».
Se un bimbo di strada che non ha niente è disponibile a condividere, perché noi che abbiamo tutto siamo ancora così avidi? Non posso smettere di pensare che quelli sono bambini che hanno la mia stessa età e che nascere in un Paese o in un altro fa ancora una così grande differenza; che potrei essere uno dei bambini che vivono in una favela di Rio, o uno dei bambini che muoiono di fame in Somalia, una vittima di guerra in medio-oriente o un mendicante in India.

Sono solo una bambina ma so che se tutto il denaro speso in guerre fosse destinato a cercare risposte ambientali, a eliminare la povertà e a siglare degli accordi, che mondo meraviglioso sarebbe questa Terra!

A scuola, persino all'asilo, ci insegnate come ci si comporta al mondo. Ci insegnate a non litigare con gli altri, a risolvere i problemi, a rispettare gli altri, a rimettere a posto tutto il disordine che facciamo, a non ferire altre creature, a condividere le cose, a non essere avari.
Allora perché voi fate proprio quelle cose che ci dite di non fare? Vi siete scordati lo scopo di queste conferenze, perché le state facendo? Noi siamo i vostri figli, voi state decidendo in quale mondo noi dovremo crescere.
I genitori dovrebbero poter consolare i figli dicendo: «Tutto andrà a posto. Non è la fine del mondo, stiamo facendo del nostro meglio». Ma non credo che voi possiate dirci ancora queste cose. Siamo davvero nella lista delle vostre priorità?

Mio padre dice sempre che «siamo ciò che facciamo, non ciò che diciamo». Bene, quello che voi state facendo mi fa piangere la notte. Voi continuate a dire che ci amate, ma io vi lancio una sfida: per favore, fate che le vostre azioni riflettano le vostre parole.

Grazie

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