I bambini dimenticati, una collettività turbata - A cura di Mimì Burzo


Gesualdo Bufalino diceva che la mafia sarebbe stata sconfitta da un esercito di maestre elementari
Un'immagine, o forse meglio, una prefigurazione a me cara, perché semplifica un discorso complesso rispetto a un’argomentazione sottaciuta: il diritto all'infanzia e al gioco, e alla conseguente serenità di cui dovrebbero godere i piccini. 
Non trovo punto di vista migliore, che si inserisca nel discorso più ampio della collettività, o forse meglio nel raccontare di un situazionismo urbano che dovrebbe contenere e rilanciare quell'insieme di individui che, nell’esercizio dell’atto della volontà, si fanno persone capaci di un costruttivismo consapevole al fine di ricavare o ricamare un tutto la cui somma è maggiore delle sue parti. 
La radice dell’Io collettivo, anima ed esacerbazione di istanze che non possono più rimanere riserva delle riflessioni di alcune nicchie ma necessariamente estendersi al plasma della strada che incanala e accoglie la pluralità dell’essere, un essere umano nella sua essenza più pura e più ardua. 
Qualcuno si è ricordato dei bambini durante i giorni asfittici e pandemici perché non si poteva non vedere che sono stati lasciati chiusi in casa, e non si poteva non toccare con mano che la didattica a distanza escludeva una fetta di popolazione studentesca ossia quella che ricade nella fascia della povertà educativa. 
Prevale, in contraddizione e in emergenza, un dato noto ma scotomizzato che invece è cartina al tornasole di un malfunzionamento generale che negli anni si è trasformato in cancrena. Tuttavia, parlare di bambini e infanzie rubate è, sostanzialmente, ancora un tabù e un affare così gravoso per cui, meglio far finta che una busta della spesa sia stata distrattamente dimenticata nell'ascensore, et voilà! come per magia, qualcuno se l’è presa: l’uomo nero, o forse quel comunista di cui si narrava mangiasse i bambini, e, col senno di poi, non è da escludere che fosse vero. 
Scrivere in poche righe di povertà educativa e di società che abbandona è un rischio. Il più alto si configura nello scivolare nell'ovvio, nel fare una pseudo demagogia e, peggio ancora, nell'inciampare in una morale di matrice cattolico-laica che lascia il tempo che trova ma soprattutto opprime il punto di vista sulle criticità, spogliandole dell’anima viva dell’argomentazione stessa. Scrivere di bambini abusati e maltrattati dagli adulti di riferimento fino a turbare il naturale sviluppo neurologico e psicologico, è un azzardo perché argomento volutamente messo da parte. Ma mi preme. Perché anche in condizioni di emergenza sanitaria e sociale, nessuno ha messo in evidenza il dramma dei bambini chiusi in casa con i loro aguzzini.
Il mio intento allora diventa grezzo: portare il lettore a conoscenza di un disturbo conclamato e gravissimo che porta il nome di Disturbo Post Traumatico Complesso, conosciuto esclusivamente da una nicchia di professionisti perché, anche se riconosciuto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, cade sotto il peso del capitalismo sociale e rimane non diagnosticato e invisibile in quanto non c’è interesse alcuno a farlo entrare nei manuali diagnostici ufficiali. Non mi addentrerò in note che potrebbero essere non divulgative ma in sole due osservazioni: una persona si ammala solo quando la sua patologia rientra nei manuali diagnostici, così come (si veda il caso omosessualità) smette di esserlo se viene eliminato dai suddetti manuali. In seconda battuta, la morale impedisce di dire ad alta voce che genitori ed educatori possano abusare e corrompere infanzie. Non solo in caso di pedofilia ma nel senso della tortura psicologica.
Un dramma invisibile che porta a esiti infausti e aberranti, e che si configura in patologia psichiatrica grave: i cosiddetti traumi dello sviluppo o traumi cumulativi perché si sommano nell’arco di tutta la crescita; esiti di botte, maltrattamento, urla, punizioni, squalificazione, povertà affettiva. Intendo su quelle vite che poi diventano devianti, così come ci vengono narrate da Winnicott, Giuseppe Lombardo Radice o quel poco conosciuto maestro e poeta russo Janusz Korczak, che seguì i suoi bambini nella camera a gas a Treblinka.  Essi non ragionavano nei termini di Disturbo Post Traumatico dello sviluppo ma fondavano il loro lavoro sull'osservazione, guidati da un occhio dedito alla protezione e alla cura, rendendosi così capaci di disvelare la fragilità di un cucciolo d’uomo, ripulendola dalla superficialità e dai tabù.
Per chi volesse approfondire l'argomento, non sarebbe proficuo digitare su un motore di ricerca Disturbo Post Traumatico Complesso. Troverebbe una manciata di articoli e molta bibliografia scientifica destinata agli addetti ai lavori. Tuttavia, potrebbe provare a sedersi su una seggiola piccola piccola per ritrovarsi con il volto fra le ginocchia, le ginocchia a reggere i denti e la braccia avvinghiate intorno alla testa. E così per un attimo immedesimarsi, per un attimo pensare che i bambini che da domani incontrerà magari sono bambini ammalati dalla brutalità di un adulto. Affinché l’occhio dell’attenzione e della delicatezza, e di quella materia strana chiamata cura, possano cadere consapevoli sui loro sorrisi, pronti ad accoglierli anche solo con una carezza.



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