La città invisibile, parte II - Vladimir D'Amora


Sine memoria 

Napoli non fu mai dorata, guscio di storie commoventi e di simpatiche resistenze, mai la scena per infimi che dopo la fiamma accedano a memore cenere. No, Napoli è sempre stata tacitiana, una Atene solo rinvenibile nelle sue proiezioni ottuse e ormai incapaci di narrarsi, una colluvie d'enti. Né Croce né Benjamin servono alla sua rigidità melmosa e maleodorante. I rifiuti, a Napoli, sanciscono la indistinguibilità: un centro scimunito come la moda dopo la moda, e una periferia ferita da se stessa, dall'esibirsi nella ottusità più manovrabile, sottoproletari di vicoli e di isole che si prestano, urlano e s'indignano distratti. La comunicazione tra una città dissipata e una periferia di desolazione smunta essa stessa, è una situazione mediatica: il calcolo del fango, del lurido capello che il filosofo punto esclude dalla potenza d'idea: non si fantastica una politica sui cumuli di monnezza, sull'immonda pulizia del rifiuto che passa sui video, nei giornali che lo disintegrano, medusizzandolo quas’installazione detersa e deprimente.


Miele e canzoni 

Calvino non fu spietato, e solo da fuori può giungere un regista più che celicolo, quel Wenders a rammentare ad architetti e urbanisti l'uso del vuoto, i bisogni dello spazio stesso, ossia proprio la iattura di quei resti che tali mai restano, prestandosi di più alla proiezione che simuli e di ciò sia sazia. La grana delle decostruzioni, ossia il giacere non inerme dell'utopia, della fuga minima, non si procede più dai margini al centro come Deleuze dai buchi centrali alle fasce d'esterno, fino all'esterno più imprevedibile e irriducibile potenza di alterazione, potenza della spaziatura. A Napoli neppure alla lingua riesce di preservarsi morta, per quanto sulle isole meno abitate lì risuonino le note nuove e melodrammatiche, il posticcio e sulfureo urlo della tradizione, d’una memoria di cui sempre sospettare. Napoli, infatti, ha una memoria disintegrata non dalle alterazioni paesaggistiche e urbanistiche, non si tratta dell’umanistica corrispondenza tra l'umano e l'inumano donde Calvino poteva estrarre un avvenire sempre prossimo e ancora teso tra compiacenza e fremito di resistere, l'indulgenza del calcolo e le mire d'evasioni velleitarie. La memoria a Napoli non si tiene manco all'improbabilità della sua euristica, le distanze interne sono spalmate sulla continuità degl'ingombri automobilistici, verso l'esterno la città è prodiga d'ampliarsi ormai non più umida e madre puttana. Quando ci si incammini verso nord, verso Marano e Calvizzano e Giugliano, a piedi si sia vinto il timore di imbattersi in una criminalità organizzatissima e ancora in vista nell'attesa territorializzante, si superano teorie di residui edilizi commisti a fantasmi di forme animali, di vite ch'erano commestibili perché enormi e, falso mirabile, in sé serbavano l'autentico del ruspante carnoso, e ereditariamente. Si superano scorci pieni di finestre chiuse modulari, boscaglie d'impenetrabile stortura, sospese su stagni insignificanti e penosi e pericolosi di perenni miasmi immobili, e le facce nelle auto, nei bar, incorniciate da tempi che né scorrono né si raggrumano in occasione. Il tempo, tra Marano e Napoli, il passo dal bancone del bar alla sua soglia, lo sguardo compiaciuto e schifato, deluso tronfio, e inscalfibile nella sua disponibilità a non vendersi, aperto a ogni assenso che non costi, e non smuova. Come miriadi di vecchi rassicurati sanitariamente, dalle pensioni in calo, dai telegiornali mediaset, dall'acqua sul gas e per le mele cotte, fede sborrata su pareti soffocate da immagini. Gli irriconosciuti soliti feticci.

* Fotografie di Vladimir D'Amora

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